Analisi del sentiment
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Commento ai Sondaggi del Sentiment - 28 ottobre 2008

Questa newsletter non tiene conto di nient’altro che i sondaggi dei traders europei. Cerchiamo di non essere influenzati da nessun altra metodologia, analizziamo solo le risposte ai questionari e da queste traiamo le conclusioni.

Per chi volesse rileggersi l'obiettivo di questa newsletter può cliccare qui.

I mercati azionari continuano a scendere e se non fosse che noi tutti guardiamo sempre al futuro con ottimismo non sarebbero neanche stati difficili da predire.
La scorsa settimana abbiamo fatto vedere i sondaggi di chi scrive newsletter e siamo ai massimi storici di pessimismo.
Quindi, basterebbe leggere i giornali, le analisi in internet e guardare la televisione per avere quella visione da fine del mondo necessaria per cavalcare il trend, un po’, al contrario, come nel 2000 con la bolla tecnologica quando tutti i media fantasticavano sul futuro rivoluzionario prossimo a venire.
Eppure, fondamentalmente rimaniamo convinti nel fondo del nostro cuore che il peggio arriverà e passerà come sempre, forse perché abbiamo prima ancora che dei risparmi più o meno investiti, un’attività da far prosperare, sia essa artigiana, industriale o da dipendente.
Crediamo nel futuro, nelle istituzioni di controllo e nelle politiche monetarie delle banche centrali!
Se non è così per voi, perché vi ostinate a comprare azioni e chiedervi quando ripartiranno?
Su che base dovremmo fondare le nostre decisioni? L’analisi del sentiment di cui ci sentiamo portavoce è in zona d’acquisto da mesi e probabilmente essendo una metodologia di medio periodo, tra 12 mesi dimostrerà che i prezzi oggi sono frutto di vendita dettate dal panico, ma anche da una situazione assai poco chiara con crisi che si susseguono: sub prime, credit crunch, recessione ed ora qualcuno parla di depressione e deflazione.
L’analisi tecnica ci sta dicendo che siamo in ipervenduto, ma tale situazione può perdurare e peggiorare prima di un ritorno alla media.
Se poi guardiamo all’analisi fondamentale ci accorgiamo che quei fondi che erano riusciti sulla base dell’analisi e non delle mode a superare il precedente ribasso del 2000/2003, oggi sono completamente fuori tempo, in quanto se quella fu una crisi delle azioni questa è una crisi del sistema e poco importa se i titoli quotati hanno in sé un valore, in questi ultime settimane si vende tutto perché il mercato azionario è l’unico liquido in questo momento.
Dal report di Fugnoli il Rosso e il Nero prendo questa analisi:

A sostegno della tesi che in questi mercati c’è del valore citiamo alcuni numeri. L’S&P500 è oggi più o meno sugli stessi livelli di altri due periodi che oggi sembrano appartenere ad altre epoche storiche, eppure sono vicini nel tempo. Il primo è la seconda metà del 1997, nei tempi felici della bolla nascente di Internet, quando comunque le quotazioni avevano ancora i piedi per terra. Il secondo periodo con uno S&P500 al livello medio di 900 va da metà 2002 alla primavera del 2003, nella fase finale del bear market iniziato tre anni prima.
Se andiamo a vedere gli utili per azione (operativi) dei 500 titoli dell’indice di questi due periodi (i numeri li prendiamo da Morgan Stanley), vediamo che erano di 44 dollari a fine 1997 e di 48 a fine 2002 (utili trailing, per i pignoli).
Se adesso guardiamo alle stime degli utili 2009 e prendiamo non quelle di consenso ma quelle più pessimistiche che abbiamo trovato (proposte da Rosenberg di Merrill Lynch e da Nouriel Roubini) vediamo un valore di 60 dollari. Ricordiamo che Rosenberg parte da un’ipotesi di recessione profonda (con una velocità annualizzata di decrescita del Pil tra meno tre e meno quattro per cento per la prima metà del 2009). Quanto a Roubini, la sua idea è che la recessione sarà severa e durerà due anni.
Con utili per azione a 60 dollari e lo stesso multiplo di 1997 e 2002, l’S&P500 dovrebbe stare oggi tra 1150 e 1250. Che ci sia valore nell’azionario, quanto meno rispetto ai due periodi che stiamo considerando, lo dice anche il valore di libro dei 500 titoli.
Era di 247 dollari a fine 1997 e di 338 a fine 2002. A fine 2007 (il dato più recente che abbiamo trovato) era di 528. Da allora sarà anche sceso, ma è difficile credere che si sia dimezzato. Il valore di libro, per inciso, era una metrica molto in voga alla fine dell’estenuante bear market degli anni Settanta e non a caso. Si tratta infatti del criterio di valutazione più prudenziale.
Naturalmente si può discutere sui multipli da applicare agli utili. I multipli, per lo meno nel mondo ovattato della teoria, dovrebbero essere funzione soprattutto dei tassi. Bene, i Fed Funds a fine 1997 erano al 5.50 per cento e a fine 2002 stavano all’1 per cento. A metà 2009 staranno verosimilmente all’1 o sotto. Anche da qui, quindi, una segnalazione di possibile valore.
In conclusione di questa lunga introduzione ci armiamo di coraggio e proviamo a fare il punto della situazione da un punto di vista contrarian, che come anticipato, è in quella fase coincidente con la frustrazione di chi non guarda più le quotazioni dei propri investimenti e chi ancora è sul punto di mollare dopo aver evitato le vendite nelle precedenti fasi di panico di gennaio, marzo e luglio.

Il numero delle azioni che hanno fatto nuovi minimi è in notevole diminuzione anche se rimane elevato se confrontato con i precedenti ribassi dell’anno.
In ogni caso, se pur non siamo confortati dai dati di raccolta in ottobre, è evidente che le vendite di settembre (fallimento Lehman Brothers) e soprattutto di inizio ottobre, sono state meno selettive colpendo indistintamente tutto e tutti e questo in genere capita quando sono i fondi a dover dismettere i portafogli, mentre nelle ultime settimane c’è stata una maggior selezione a conferma di quanto scritto da Fugnoli: non tutto è carta straccia. Nonostante questo l’indice ha fatto nuovi minimi ed è la prima volta che abbiamo una convergenza positiva su questo indicatore.

 

Il rapporto tra opzioni call e put è rientrato dagli eccessi segnalati la scorsa settimana e che ci avevano fatto scrivere che ci sarebbero state delle sedute di passione per i ribassisti. Il comportamento degli istituzionali dimostra come siano sempre ricchi di informazioni. Rimangono ancora in prevalenza le opzioni put nei portafogli istituzionali, ma pressoché dimezzate.

 

Come spesso accade la validità degli indicatori lo si nota sempre ex post, quando ormai è storia in mancati guadagni o perdite.
L’indicatore del barometro del sentiment è il risultato di una elaborazione matematica fatta da Paolo pesando tra loro il Put/Call Ratios ed Open Interest Ratios sul Cboe ed Ise; Commitments of Traders (indicatori che elaborano le posizioni sui futures); Indice Vix (Indice di Volatilità delle opzioni); Asset dei Rydex Funds ribassisti e rialzisti; Sondaggi sul Sentiment degli investitori e dei traders.
Come tutti gli indicatori non si sa mai in anticipo quanto durerà l’allontanamento dalla media, ma quando questi invertono direzione si ha la sensazione che le cose stanno cambiando nel senso opposto. Abbiamo indicato con la freccia il movimento di cui sopra. Si vede ad occhio cosa è successo nelle precedenti situazioni similari: il mercato ha rimbalzato.



Per quanto riguarda lo spessore del mercato e quindi sintetizzando molto, la benzina al trend in atto, si nota dal grafico che ancora l’indicatore non ha invertito l’andamento secondo quanto detto sopra per il barometro del sentiment. Allo stesso tempo ha raggiunto livelli estremi mai toccati.
Abbiamo inoltre visto nel caso dei new low come ci siano delle divergenze positive, ma a conferma dell’indicatore, ancora le azioni che registrano nuovi minimi sono parecchie.

 


In conclusione,
guardano il numero dei segnali verdi che inviamo tutte le mattine potremmo andare avanti parecchio a fare vedere come gli indicatori stiano segnalando una opportunità di acquisto. Lo stesso era due settimane fa, ed anche un mese o sei mesi fa. L’analisi contrarian è sicuramente in default per quanto riguarda il timing di breve periodo in questa fase, come lo è l’analisi fondamentale per cui oggi la borsa è tutto un affare.
Siamo di fronte ad una crisi del sistema e non dei prezzi.
Ci sono state in settimane notizie aberranti per quanto riguarda il futuro: Volvo ha registrato un calo del 99% delle vendite dei camion e Renault vorrebbe chiudere tutti gli stabilimenti in Francia per due settimane, poi ieri Wolkswagen ha fatto +200% da 200 a 485 euro in un giorno a seguito della notizia che Porshe punta a rilevarne il 75%.
Gli esempi potrebbero continuare, come stanno continuando le vendite forzate di azioni sia per ridurre la leva o ridurre i margini da parte dei fondi hedge e non, anche per far fronte ai riscatti.
Però i volumi in vendita sono in calo o almeno lo sono stati in queste ultime settimane.
Latitano anche quelli in acquisto o forse è la volatilità che sta scemando per cui non è detto che dobbiamo aspettarci dei +10% come successo sui precedenti minimi.
Difficile dare consigli, ognuno conosce la propria posizione e la propria voglia di rischiare, senza dubbio il mondo non finirà, Volvo e Renault continueranno a fare camion o macchine o forse qualcun altro li farà per loro, il mondo riprenderà a consumare e le banche a concedere prestiti, ritornerà la fiducia, passerà la recessione e tutto sarà ricordato con rammarico per non averne approfittato perché timorosi del peggio.
Si torna ai fondamentali: se servono i soldi non si compra, se si ha un orizzonte temporale di 24 mesi, meglio farsi avanti.

 

Michele Clementi – mclementi@sentimentcharts.it


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